Premere play.
Dopo aver preso atto che non possiamo aspettarci lo stesso grado di verità che concediamo agli altri, vorrei spendere due parole su una verità sotto gli occhi di tutti, spesso trattata ed abusata, ma allo stesso tempo taciuta.

Si tratta delle mille sfaccettature dell’insicurezza dell’era del digitale. L’era della fotocamera frontale always on, ma soprattutto dello schermo dei nostri smartphone sintonizzati sugli interminabili feed dei social network, che negli ultimi 10 anni si sono ridisegnati per catturare al meglio la nostra attenzione, ed il nostro tempo, con degli scroll infiniti. Somministrandoci infiniti video.
È l’era del video, che temo abbia preso il posto della giá temuta epoca del selfie.
L’autoscatto oggi pare completamente innocuo se confrontato alle complicazioni odierne, poiché con un post editing, anche approssimativo, è facilmente alterabile.
E questo, pesa. Tutto ciò ci pesa.
Il genere di peso che portiamo sulle spalle non aumenta la massa muscolare che viene agognata da molti di noi, sottoposti, nei sopracitati scroll, alle varie sfaccettature del gymaholic.
Questo genere di peso, esercita una pressione immensa in ogni dove, ove questo dove altera e condiziona, inevitabilmente, quello che vediamo quando ci specchiamo.

Che sia un vetro riflettente, un vero specchio, una webcam o la fotocamera frontale di uno smartphone.
Sì, alcune piattaforme digitali hanno provato ad arginare gli effetti collaterali di questa nuova era, rimuovendo i filtri bellezza che alterano la percezione dell’immaginario collettivo proprio e altrui, ma fallendo.

Quando ero piccolo, sul lavandino mi bastava uno spazzolino ed un dentifricio. Necessitavo soltanto di uno sgabello per arrivare al rubinetto.
La massima gioia era poter notare, anno dopo anno, che riuscivo a raggiungere il lavandino sempre più agevolmente. E ciò bastava a regalarmi emozioni quali la gratitudine.
Ammesso e premesso che nell’età dello sviluppo ognuno di noi fisiologicamente vive un momento in cui deve scontrarsi con il corpo che cambia, e annesso aspetto, nello scenario odierno questa potenziale criticità adolescenziale viene diluita trovando un inizio, sempre più precoce, ma senza incontrare, apparentemente, una fine.
Oggi guardo il lavabo, dall’alto della mia mediocre statura, da tutt’altra prospettiva. Nessuna punta di piedi, ora ci si china.
Ci si china, circondato da creme, sieri, pomate, cicatrizzanti e prodotti per prevenire, trattare curare e lenire i segni del tempo e delle avversità che patologie della pelle, per chi ne soffre, portano con sé.

In questo contesto si rivela articolata la capacità di individuare l’autenticità delle scelte che compiamo.
Quanto impegno dedichiamo in nome del migliorare sé stessi e quanto invece crediamo debba essere una condizione dovuta, in nome del consono e guidato dalla disciplina e da ciò che crediamo ci si aspetti.
Ma ci si aspetti, da chi? Ce lo domandiamo abbastanza?
Facciamo quello che facciamo perché crediamo che il loro esito ci farà stare bene realmente, o perché crediamo che l’iter stesso possa farci stare meglio? È davvero così?
Il successo di The Substance credo sia sufficientemente eloquente.
Siamo circondati da un perpetuo inseguire degli standard inarrivabili: a partire dal lavoro, l’attività fisica, fino ad arrivare alle nostre mura domestiche, relazioni affettive ospitanti incluse.
L’amplesso dell’oppresso sta nel riuscire a trovare ogni giorno l’equilibrio della serenità senza sentirsi diverso, districandosi in questo articolato contesto, dove ogni cosa sembra debba avere il proprio posto, e il giusto aspetto.

2 pensieri riguardo “Specchio riflesso, l’amplesso dell’oppresso.”